
È uscito il numero 116 de “l’impegno”, rivista dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia, che contiene saggi di Giorgio Riolo, Pascal Oswald, Marco Cerri, Alessandro Finotti, Bruno Ferrarotti e Franco Crosio, Nicolò D’Oria, Maria Canonica, Luca Lavarino, Alberto Lovatto e un ricordo di Alessandro Orsi.
Giorgio Riolo propone una rilettura del pensiero di Frantz Fanon, psichiatra e rivoluzionario che analizzò gli effetti, anche psicologici, della colonizzazione nella sua opera “I dannati della terra”, ancora oggi attuale perché mostra come il colonialismo continui a influenzare il mondo attraverso disuguaglianze, razzismo e nuove forme di dominio. Il pensiero di Fanon può essere strumento utile a far sì che l’Occidente, che ha rimosso le proprie responsabilità di oppressore, si confronti con i debiti storici, economici ed ecologici maturati nei confronti delle ex colonie, arrivando in tal modo a una migliore comprensione del presente.
Pascal Oswald ricostruisce la vita quotidiana negli anni 1943-1945 attraverso le lettere degli italiani sottoposte a censura, dalle quali emerge una popolazione provata soprattutto dalla fame, dalla carenza di beni essenziali e dal continuo aumento dei prezzi, cha favorì il ricorso al mercato nero. Nelle testimonianze, accomunate, pur nella divisione dei giudizi sulle vicende belliche, dal desiderio della fine del conflitto e del ritorno a una vita normale, sono centrali anche i bombardamenti alleati, vissuti con paura e rabbia quando colpivano i civili, e gli scontri tra partigiani, fascisti e tedeschi, che provocarono rappresaglie, rastrellamenti, fucilazioni e distruzioni, rendendo la violenza una presenza quotidiana.
Marco Cerri mostra come la montagna, prima esaltata dal fascismo come spazio di purezza e patriottismo, diventi con la Resistenza rifugio, luogo di libertà e ambiente nel quale i partigiani costruiscono una nuova identità. Tuttavia, mentre all’inizio appare protettiva e quasi materna, con l’inverno, la fame e i rastrellamenti si trasforma in una prigione ostile, alimentando nostalgia per la pianura e spingendo molte formazioni alla “pianurizzazione”, per poi, dopo la Liberazione, rimanere nella memoria come il luogo irripetibile della lotta, della comunità e della libertà conquistata.
Alessandro Finotti si concentra sulla Resistenza operaia torinese, analizzandola attraverso le vite emblematiche di Antonio Banfo, Leopoldo Lanfranco, Giovanni Battista Gardoncini ed Eusebio Giambone, i quali, formatisi nelle fabbriche, maturarono una coscienza di classe che, con la repressione fascista, trovò negli scioperi del 1943 e 1944 il passaggio dalla protesta economica alla lotta politica. Pur nella differenza dei percorsi, furono accomunati dalla capacità organizzativa e da un rigore morale che li portò a pagare con la vita il loro impegno. Attraverso la ricostruzione delle loro vicende biografiche, l’autore mostra come la Torino operaia e partigiana fosse un autentico laboratorio di democrazia basato sul connubio tra etica del lavoro e passione politica volta al riscatto sociale.
Bruno Ferrarotti ripropone, con qualche integrazione, il già edito saggio scritto a quattro mani con il compianto amico Franco Crosio in cui si ricostruiscono le vicende legate ai comizi di Fabrizio Maffi a Trino nel settembre 1916 e di Maria Giudice e Umberto Terracini nei giorni immediatamente successivi, e la repressione, attraverso detenzioni e ammende, del pacifismo socialista nel Vercellese negli anni della prima guerra mondiale, mostrando come censura, polizia e leggi di guerra colpissero le posizioni dissenzienti di quanti denunciavano il conflitto come massacro imposto agli umili nell’interesse delle classi abbienti.
Nicolò D’Oria analizza come il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro furono vissuti nel Biellese, territorio già segnato da episodi terroristici e da una presenza brigatista non marginale. Il saggio racconta come alla notizia del rapimento furono organizzati scioperi, consigli comunali dedicati, manifestazioni nelle quali partiti, sindacati e mondo cattolico difesero le istituzioni democratiche, pur dividendosi sulla fermezza, sulle leggi speciali e sulle responsabilità politiche. L’autore dimostra come il caso Moro abbia provocato una risposta compatta della società civile, ma anche l’emersione di conflitti profondi e zone grigie.
Maria Canonica si sofferma sulla nascita del “Contratto della montagna”, stipulato nel marzo del 1945 nel Biellese tra industriali e lavoratori, alla presenza dei partigiani, e culminato nella sostanziale parità salariale tra tessitrici e tessitori e in tutele per maternità e allattamento. L’accordo, reso possibile dalla tradizione operaia femminile, dall’intreccio tra fabbrica e Resistenza e dalla convergenza tra interessi dei lavoratori e prospettive imprenditoriali, nel tempo divenne un simbolo della memoria biellese, nel quale storia, orgoglio territoriale e mito resistenziale finirono per sovrapporsi.
Luca Lavarino ripercorre le relazioni commerciali e consolari tra il Regno di Sardegna e Mariupol’ nella prima metà dell’Ottocento, quando capitani e mercanti liguri dominarono il traffico dei cereali dell’Azov e crearono una stabile comunità italiana. Protagonista è Gustavo Gerbolini, viceconsole dal 1836, che difese gli interessi sabaudi contro abusi doganali e autorità locali, avviò speculazioni mercantili e tentò più volte di accrescere il proprio peso diplomatico. Pur mosso anche da ambizione personale, contribuì all’esportazione di nuovi prodotti, come l’olio di girasole, e promosse la costruzione della chiesa cattolica, destinata a diventare la principale eredità italiana a Mariupol’.
Alberto Lovatto recensisce il libro “Quattro donne” di Emilio Jona, romanzo che racconta come la famiglia dell’autore si salvò durante la Shoah grazie all’aiuto di quattro donne e un uomo che, con coraggio, offrirono rifugi, cure e protezione. Intrecciando memoria familiare e invenzione letteraria, Jona affida il racconto alle voci dei fratelli e a diversi piani temporali, mentre dialetti, canti e ambienti del Polesine e della montagna biellese restituiscono il mondo dei soccorritori; ne emerge un’opera sostenuta da una scrittura pacata e trasparente, nella quale il bene nasce da empatia, responsabilità e coraggio quotidiano.
Dopo la recensione a cura di Angelo Vecchi del libro di Filippo Colombara e Virginia Paravati «Con la testa in mezzo all’erba». Note sui sessanta omegnesi caduti per la libertà, 1943-1945, viene ricordato Alessandro Orsi, insegnante, preside, storico, dirigente e collaboratore dell’Istorbive, mancato a inizio anno, mostrando come il suo impegno abbia unito scuola, politica, ricerca e memoria della Resistenza. Attraverso la voce dell’amico Norberto Julini si riprendono temi come il Sessantotto, la formazione democratica, l’amore per De André e una concezione della scuola come luogo di inclusione e responsabilità. Dirigente capace di aprire l’Istituto alberghiero al territorio e al mondo, Orsi continuò anche dopo il pensionamento a operare nell’Anpi, nell’Anffas e nell’Istituto storico, mentre la sua vasta produzione libraria testimonia una ricerca coerente su Valsesia e Valsessera, il movimento operaio, l’antifascismo e la cultura popolare.
Chiude il numero il ricordo di Tomaso Vialardi di Sandigliano, mancato ad aprile, studioso di sicurezza, geopolitica e storia militare, legato alle associazioni d’arma e all’Istorbive, alla cui attività ha contribuito, oltre che con numerosi saggi per la nostra rivista, anche con la donazione di un fondo archivistico familiare, lasciando un’eredità culturale ampia e rigorosa.
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