
È uscito il numero 115 della nostra rivista “l’impegno”, che contiene saggi di Filippo Colombara, Massimiliano Franco, Piero Ambrosio, Nicolò D’Oria, Monica Schettino, Francesca Bottana, Andrea Brignone, Corrado Mornese, Tomaso Vialardi di Sandigliano, Luca Lavarino e Gianni Galli.
Filippo Colombara analizza, concentrandosi sull’area del Cusio e dintorni, il tema della violenza politica nel primo dopoguerra, evidenziandone soprattutto l’agire sul piano simbolico mediante bandiere, canti, monumenti e piccoli segni distintivi, che definivano appartenenze e posizioni di potere. Lo squadrismo fascista consolidò il controllo occupando lo spazio pubblico, sequestrando i vessilli rossi e imponendo il tricolore e la repressione penetrò nella vita quotidiana al punto che perfino una cravatta o un fiore potevano bastare per subire percosse, umiliazioni o derisione. Con il rafforzarsi del regime, il dissenso si adattò spostandosi verso forme clandestine e “leggere” di opposizione (scritte, volantini, ecc.), riuscendo così a mantenere viva una cultura antifascista.
Massimiliano Franco, ponendo l’attenzione sull’opposizione al fascismo nel Biellese nella metà degli anni Venti, si sofferma sul ruolo del Partito comunista, principale punto di riferimento, dopo la dissoluzione delle organizzazioni socialiste e l’esilio dei loro dirigenti, per la sua capacità di costruire una rete clandestina presente soprattutto nel mondo operaio, il cui radicamento provocò una repressione sistematica, caratterizzata da perquisizioni e arresti.
Piero Ambrosio prosegue, in questa seconda parte del saggio dedicato ai biellesi emigrati in Francia tra gli anni Venti e Trenta, la narrazione delle loro storie, che mostrano come l’espatrio, spesso motivato dal lavoro, diventasse anche una forma di allontanamento forzato dal controllo fascista. Dall’analisi di schedature, rapporti consolari e note di polizia emerge un antifascismo diffuso e variegato, che andava dall’impegno organizzato (socialista, comunista o legato a “Giustizia e Libertà”) a un semplice atteggiamento di ostilità al regime, tutti comportamenti comunque soggetti a vigilanza costante.
Nicolò D’Oria ripercorre la vicenda di Giovanni Arlone, arrestato a Biella nel gennaio 1944 per la diffusione di volantini antifascisti, mostrando come la propaganda satirica costituisse una forma concreta di lotta nella fase iniziale della Resistenza. Gli atti del processo e i testi sequestrati rivelano un antifascismo fatto di parodie, poesie e beffe che, ridicolizzando Mussolini, la Rsi e i gerarchi locali, mirava a minarne l’autorità simbolica e a intercettare il malcontento quotidiano. La satira, spesso riconducibile all’area di “Giustizia e Libertà”, si rivela così un’arma semplice ma efficace, capace di unire ironia, violenza verbale e speranza politica in un contesto di dura repressione.
Monica Schettino analizza la ricostruzione del massacro delle Fosse Ardeatine pubblicata nel settimanale “Fermenti” il 1 luglio del 1944, ponendo l’attenzione sulla testimonianza dei fratelli Gallarello, che contribuì a rendere pubblicamente conoscibili dinamiche e responsabilità della strage. Attraverso il racconto diretto dell’esplorazione delle cave e l’uso di disegni e descrizioni puntuali, il testo restituisce l’orrore materiale dell’eccidio e ne fa un documento fondativo del martirologio resistenziale.
Francesca Bottana affronta il tema dell’occupazione tedesca della provincia di Vercelli dopo l’8 settembre 1943 avvenuta con l’istituzione delle Militärkommandanturen, attraverso le quali il territorio venne inserito in un sistema di controllo militare finalizzato allo sfruttamento sistematico delle risorse. Dai rapporti della MK 1021 (province di Vercelli e Novara) si ricava come riso, produzione industriale e manodopera venissero monitorati e drenati per sostenere lo sforzo bellico tedesco, mentre le autorità cercavano al tempo stesso di evitare il collasso produttivo locale. Questo prelievo crescente aggravò le condizioni di vita della popolazione, alimentando mercato nero, diserzioni e ostilità verso gli occupanti.
Andrea Brignone mostra quanto l’esperienza della Repubblica partigiana dell’Ossola fosse insieme eroica e profondamente conflittuale e che la liberazione del territorio nel settembre 1944 aprì non solo uno spazio politico nuovo, ma anche un campo di tensioni interne. Dall’analisi del volantino “Valtoce” emerge una dura polemica contro la Giunta di governo, accusata di arrivismo e di autoreferenzialità e si svela così un microcosmo di diffidenze, veti incrociati e lotte di potere, che fu comunque importante segnale di una ritrovata libertà di espressione e di un confronto politico aperto.
Corrado Mornese ricostruisce, attraverso documenti familiari, la vicenda dei tre fratelli Vallana di Maggiora: Bartolomeo e Mario, morti sul fronte della Grande Guerra, rispettivamente a Fossalta di Piave nel 1918 e alle Cave di Selz nel 1916, e Pietro, caduto nel secondo conflitto mondiale nel 1941 nell’affondamento del transatlantico Conte Rosso, intrecciando microstoria e storia globale ed estendendo la riflessione al tema dei fratelli morti in guerra, così da rendere evidente l’assurdità reiterata della violenza bellica nel Novecento.
Tomaso Vialardi di Sandigliano pone l’attenzione sull’operazione MH/Chaos, avviata dalla Cia tra il 1967 e il 1974, evidenziando come la paura di una cospirazione comunista dietro le rivolte contro la guerra in Vietnam e i movimenti per i diritti civili portasse a una sorveglianza massiccia e illegale di cittadini statunitensi. Sotto la pressione dei presidenti Johnson e Nixon, e in un clima di “assedio interno”, la Cia raccolse e incrociò dati su studenti, attivisti e minoranze, pur senza trovare prove concrete di un coordinamento sovietico. Chaos si trasformò così in una struttura opaca e incontrollata, che violò sistematicamente il mandato costituzionale dell’Agenzia, finché lo scandalo Watergate e le inchieste parlamentari ne imposero la chiusura, senza però cancellarne l’eredità, che sopravvive nei moderni sistemi di sorveglianza post 11 settembre.
Luca Lavarino si concentra sullo sviluppo delle relazioni russo-sabaude nel porto di Berdjansk tra anni Trenta e Cinquanta dell’Ottocento, quando l’apertura dello scalo al commercio estero trasformò un luogo marginale in un nodo centrale dell’export cerealicolo. Grazie a condizioni nautiche favorevoli e alla protezione delle autorità imperiali, i mercanti liguri finirono per dominare quasi interamente il traffico, tanto che il porto divenne di fatto un’emanazione del commercio genovese nel mar d’Azov. L’istituzione del viceconsolato sabaudo fu decisiva per tutelare naviganti e affari, nonostante conflitti locali, abusi e crisi politiche.
Gianni Galli recensisce il volume di Anna Cardano “Novara e la Shoah”, risultato di una lunga ricerca che ricostruisce le vicende degli ebrei arrestati a Novara nel settembre 1943, inserendole nel contesto delle leggi razziali, dell’occupazione tedesca e della Rsi. Attraverso fonti d’archivio, stampa locale e rigorosi incroci documentari, il libro smonta rimozioni e autoassoluzioni, mostrando corresponsabilità italiane, aiuti solidali e delazioni, e offrendo un esempio solido di metodo storico applicato alla memoria della Shoah.
Infine, si ricordano tre persone, importanti per il territorio e amiche dell’Istituto, recentemente scomparse: Marco Neiretti, studioso rigoroso e animatore della cultura biellese, capace di unire ricerca storica e impegno civile; Luigi Carrara, amministratore, volontario e nostro prezioso collaboratore, titolare di un consistente fondo bibliografico presso la nostra biblioteca; Giuseppe Galli, partigiano valsesiano e amministratore pubblico, rimasto fedele per tutta la vita ai valori della Resistenza.
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