Sui fronti orientali

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Sui fronti orientali. Dal genio alla fanteria, dagli altipiani alla Macedonia. Il diario di guerra di Gino Fava D’Alberto. 1915-1918

di Tiziano Bozio Madè, 2017, pp. 181

Il volume contiene il racconto della Grande Guerra di Gino Fava D’Alberto, ufficiale coggiolese che visse entrambi i conflitti: nel primo avviò la sua carriera militare, nel secondo conobbe l’esperienza dell’internamento nei lager nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

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Descrizione

Il volume contiene il racconto della Grande Guerra di Gino Fava D’Alberto, ufficiale coggiolese che visse entrambi i conflitti: nel primo avviò la sua carriera militare, nel secondo conobbe l’esperienza dell’internamento nei lager nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Il diario, sotto la guida esperta di Tiziano Bozio Madè, che ne ha curato il commento con grande attenzione anche alle vicende degli altri soldati della comunità, costituisce un importante tassello che concorre all’obiettivo delle celebrazioni del centenario della Grande Guerra di rimuovere definitivamente lo scarso interesse generale nei confronti del conflitto, spesso colpevolmente dimenticato anche dagli storici, dando ampio spazio alla memorialistica attraverso la ricerca, lo studio e la pubblicazione del racconto dell’esperienza vissuta, che ebbe il carattere di assoluta e spesso tragica novità.
Nuova era la dimensione del conflitto: la mobilitazione per il fronte coinvolse, infatti, le classi di leva comprese tra il 1874 e il 1900, gran parte cioè della popolazione maschile attiva, senza risparmiare coloro che alla visita di leva erano stati a suo tempo riformati, perché la necessità di rimpiazzare l’enorme numero di caduti, dispersi e prigionieri costrinse le autorità a rivedere parametri di esonero a conflitto in corso.
Nuova era la dimensione del lutto privato e pubblico da elaborare: la morte per atti di guerra o malattie falcidiò almeno seicentocinquantamila italiani in pochi anni, toccando tutte le famiglie e le comunità, lasciando orfani e vedove e vuoti affettivi inconsolabili, ma anche molti tra i sopravvissuti portarono i segni del disastro nel corpo e nella mente per il resto dei loro giorni.
Nuove furono le caratteristiche militari del conflitto, con i soldati relegati nelle trincee, nel gelo e nella pioggia, nella sporcizia, nella precarietà di una vita appesa alla mira di un cecchino, esposti agli attacchi con i gas e alla morte seriale portata da una nuova arma, la mitraglia, che con la sua capacità di sparare colpi a ripetizione aumentò esponenzialmente il rischio di essere colpiti.
Accanto alle minoranze di esaltati che vedevano nella guerra l’igiene del mondo, vi era anche chi pensava di completare il disegno risorgimentale di ricomposizione dell’unità del Paese, chi pensava alla guerra come occasione di rigenerazione sociale, ma soprattutto vi erano giovani italiani che avevano risposto all’appello della patria perché non potevano fare diversamente, salvo incorrere in sanzioni anche molto gravi. E avevano lasciato la casa, il paese, la famiglia, il lavoro e i progetti di vita per andare a combattere, forse a morire, in terre sconosciute.
Per molto tempo l’interesse generale sul conflitto è stato irrilevante: una guerra lontana, in cui non si distinguevano nettamente le ragioni del bene e del male, come accadde invece per la seconda guerra mondiale, e considerata più un’appendice del XIX che un evento del XX secolo. Il culto pubblico dei caduti di cui si appropriò il fascismo distolse l’attenzione dei ricercatori, che temevano di passare per nostalgici. La condanna di papa Benedetto XV verso quello che fu definito “inutile massacro” ebbe l’effetto di una scomunica intellettuale.
Le celebrazioni del centenario hanno definitivamente rimosso le remore degli studiosi: lettere, cartoline e nei casi più fortunati diari di quei giorni contribuiscono a renderne più chiara e profonda la conoscenza.

Informazioni aggiuntive

Formato

Autore

Pagine

181

Anno

ISBN

978-88-940015-7-0

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